SGUARDI OLTRE I CONFINI

LA DANZA ITALIANA CHE GUARDA L'EUROPA

dal 1° novembre al 13 dicembre sette doppi appuntamenti con la danza contemporanea

 

Come il critico teatrale e conduttore di Radio3 Graziano Graziani evidenzia, i coreografi contemporanei, anche dal punto di vista della formazione, abitano già uno spazio europeo e internazionale che, in altri settori, non esiste ancora, o almeno non in senso compiuto. Per loro è naturale lavorare in Italia come all’estero, entrare in contatto con maestri del Nord Europa e dell’America come con quelli di casa nostra. Lo spazio che abitano, il luogo mentale in cui creano, è già un ambiente europeo e transnazionale. Per questo possono essere considerati dei pionieri di quella cultura compiutamente europea che tra qualche decennio ci sembrerà un’ovvietà ma che oggi è una lingua che stiamo ancora imparando a parlare

 

Di qui SGUARDI OLTRE I CONFINI - LA DANZA ITALIANA CHE GUARDA L'EUROPA, il titolo della rassegna che per 7 settimane, tutti i mercoledì, porterà nella sede di SPAM! a Porcari alcuni tra i più rilevanti spettacoli italiani di danza contemporanea attualmente in circuitazione in abbinamento con altrettante improvvisazioni di danza e musica dal vivo.
L'unica eccezione sarà rappresentata dalla serata del 15 novembre in cui Silvia Gribaudi presenterà in prima serata R. OSA_10 esercizi per nuovi virtuosismi, uno dei suoi lavori di maggiore successo e in seconda serata il lavoro che una decina di anni fa l'ha rivelata al pubblico e alla critica: A corpo libero.

 

 

>>> programma (inizio spettacoli h21)

 

 

01/11/17

THE SPEECH di Lisi Estaras e Irene Russolillo
DANCE PERFORMANCE & LIVE MUSIC con Stefano Questorio, Elisa D’Amico e Daniele Paoletti (batteria/percussioni)

 

08/11/17

NON ME LO SPIEGAVO, IL MONDO di Francesca Cola
DANCE PERFORMANCE & LIVE MUSIC con Francesca Zaccaria, Caterina Basso e Tony Cattano (trombone)

 

15/11/17

R. OSA_10 esercizi per nuovi virtuosismi di Silvia Gribaudi / La Corte Ospitale
A CORPO LIBERO di Silvia Gribaudi / La Corte Ospitale

 

22/11/17

WE_POP di Davide Valrosso
DANCE PERFORMANCE & LIVE MUSIC con Giselda Ranieri, Anna Solinas e Rossano Emili (clarinetto basso)

 

29/11/17

XEBECHE [csèbece] di Gruppo Nanou
DANCE PERFORMANCE & LIVE MUSIC con Aline Nari, Davide Frangioni e Mirco Capecchi (contrabbasso)

 

06/12/17

COL CORPO CAPISCO #2 di Compagnia Adriana Borriello
DANCE PERFORMANCE & LIVE MUSIC con Silvia Bennet e Alessandro Rizzardi (sax tenore)

 

13/12/17

QUESTO LAVORO SULL’ARANCIA di Marco Chenevier
DANCE PERFORMANCE & LIVE MUSIC con Ilenia Romano e Claudio Riggio (chitarra)

 

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il libretto della rassegna (pdf), con le presentazioni di RODOLFO DI GIAMMARCO e GRAZIANO GRAZIANI > link

(immagine tratta da una foto di ILARIA COSTANZO)
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evento FB > link
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SGUARDI OLTRE I CONFINI - LA DANZA ITALIANA CHE GUARDA L’EUROPA
è un progetto a cura di ALDES/SPAM!
in collaborazione con Barga Jazz
media partner: Il Tirreno, Rumor(s)cena, Lo Sguardo di Arlecchino
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INFO

biglietti: 10 euro
ridotti (over 65): 7 euro
INGRESSO GRATUITO per gli under 18
(necessario tesseramento annuale a SPAM!: 3 euro)
gli spettacoli hanno inizio alle h21, dopo tale orario non sarà possibile accedere alla sala teatrale
www.spamweb.it

 

> i posti sono limitati: si consiglia la prenotazione via email a  comunicazione@spamweb.it
cell.: 3420591932 – 3483213503

 

SPAM! Via Don Minzoni 34, Porcari (Lucca) > maps

 

IL SILENZIO INTERNAZIONALE DELLA DANZA

IL MULTILINGUISMO DEGLI ARTISTI DEL CORPO

 

di Rodolfo Di Giammarco

 

La seconda strofa della poesia “Piccoli annunci” di Wislawa Szymborska recita <INSEGNO il silenzio/ in tutte le lingue/ mediante l’osservazione/ del cielo stellato,/ delle mandibole del Sinanthropus,/ del salto della cavalletta,/ delle unghie del neonato,/ del plancton,/ d’un fiocco di neve>. Quel silenzio che è indistinto in varie griglie idiomatiche, quel tacere che è identico nei meandri di più strutture lessicali, quel volume zero in ogni contesto poliglotta sono il codice a barre del mutismo espressivo dei danzatori, dei performer, degli artisti corporei della nostra contemporaneità, protagonisti silenti che fanno parlare l’alfabeto delle loro anatomie. Certe partiture della scena odierna del ballo vanno da qualche tempo adottando frammenti verbali, ma a me sembra di dover maggiormente tener conto di una casistica taciturna, legata al senso del gesto, alla grammatica della performance. E allora è decisivo, è referenziale il silenzio in tutte le lingue, come lo evoca con straordinaria bellezza  Wislawa Szymborska.
L’internazionalità di questo silenzio supera confini statali, produce una migrazione naturale di culture del movimento ovunque leggibili, fa sì che per spontaneo flusso la danza circoli da un Paese all’altro, conosca pubblici di radici morfologiche e filologiche prive di parentele. A differenza dei professionisti del teatro recitato per comunità etniche o dotato di sovratitolazioni in limitati tour all’estero, l’artista coreografo-danzatore è il più viaggiatore, escursionista, globe trotter, e fluida è la sua conoscenza di più lingue per il transito (o formazione, scrittura, residenza, co-produzione, festival) in teatri stranieri. Quasi tutti gli appartenenti al settore sono perciò protagonisti europei o multi-continentali. Quasi tutti hanno dimestichezza con tre-quattro lingue. Quasi tutti sperimentano e gestiscono, per la circolazione dei propri spettacoli, una mappatura che ha un raggio trasnazionale.
Si può fare qualche nome per un’intera categoria. Alessandro Sciarroni gira il mondo da anni, con relativi scambi linguistici. E così Virgilio Sieni, Giorgio Rossi, Raffaella Giordano, Roberto Castello, Enzo Cosimi, Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, Ambra Senatore, Francesca Foscarini, Giorgia Nardin, Claudia Catarzi… Artisti che sanno declinare il silenzio, e anche parlare prima e dopo, in ogni sito cosmopolita che ragioni in termini di danza. Dove chi balla è considerato pazzo da chi non riesce a sentire la musica, sosteneva Nietzsche.

 

UNA CULTURA EUROPEA

 

di Graziano Graziani

 

Da sempre il teatro è qualcosa di connesso alla comunità. La comunità che si conosce e si riconosce, che condivide storie e sentire comuni, in una parola la polis. Questa sua dimensione ha reso il teatro uno strumento allo stesso tempo obsoleto e modernissimo nel mondo dei media globali. Questo perché, per i limiti intrinseci di un’arte che si fa qui ed ora, il teatro non può arrivare a un pubblico di massa come il cinema, la tv, internet; ma nonostante questo il teatro resta depositario di quella specifica aurea che i media globali inutilmente inseguono: la partecipazione. Il teatro si fa qui e ora e resta il modo più partecipativo con cui gli uomini raccontano qualcosa ai propri simili. Da questo punto di vista è persino sbagliato considerare il teatro un “medium”, perché per quanto una coreografia, una drammaturgia o semplicemente la presenza del corpo di un performer siano studiati per essere presentati al pubblico nel modo specifico in cui appaiono, il teatro e la danza si hanno soltanto in presenza contemporaneamente dell’artista e dello spettatore – e questa dimensione di reciproco sguardo influenza fortemente quello che chiamiamo “spettacolo”, che infatti non è mai uguale a se stesso e cambia di sera in sera.

Tutto questo discorso potrebbe portare a pensare che il teatro e la danza siano condannati al localismo, ma non c’è niente di più falso. La scena contemporanea è anzi da decenni un luogo privilegiato di riflessione attorno alla nostra identità in trasformazione, assai più fluida e problematica di quando trionfavano le grandi narrazioni dei nazionalismi e delle ideologie politiche. È dalla scena, ad esempio, che sono partite e partono tutt’ora molte domande su cosa significhi essere europei, abitare cioè uno spazio politico di ventisette stati e ventiquattro lingue diverse, per parlare solo di quelle ufficiali perché poi esiste una foresta di idiomi locali. Oggi si pratica un teatro europeo che a volte utilizza un linguaggio ibrido, che si avvale di traduzioni e sovratitoli per essere esportabile e comprensibile, oppure fa ricorso a dispositivi drammaturgici che risultano comprensibili a prescindere dall’idioma utilizzato, o ancora si fa ricorso a un inglese basico che, con qualche accorgimento, diventa accessibile alle giovani generazioni globalizzate.

Queste sperimentazioni non sono figlie di una pedissequa “traduzione” dello spettacolo otto-novecentesco, dei suoi testi e delle sue visioni registiche. Sono piuttosto il risultato di una pratica e di un sapere acquisiti nell’ambito del teatro performativo e della danza. Il primo vero, tangibile elemento attraverso cui passa la comunicazione di uno spettacolo – ma anche il sentimento e la partecipazione alla dimensione teatrale – è il corpo dell’artista. Il corpo non ha bisogno di traduzioni ed è abitato da un immaginario condiviso, che può anche avere origini geografiche lontanissime ma nonostante ciò, quando si presenta di fronte a noi, è immediatamente comprensibile. È perché il corpo e il gesto sono un “fatto” che ci si presenta senza necessità di mediazione.

La scena contemporanea europea che si sta costruendo in questi anni sta imparando a parlare una lingua comune anche a partire dalla ricerca che danzatori e performer portano avanti da anni. È la scena del corpo ad aver costruito i primi lemmi, le prime parole, con cui si sta articolando la grammatica della scena europea di oggi, intimamente internazionale senza però essere “distante”. Non c’entra soltanto la capacità dell’immagine di essere subito compresa anche senza l’utilizzo delle parole: c’entra in misura maggiore il fatto che si è uno di fronte all’altro, la cinestesia dei corpi, la presenza. Qualcosa che la danza e la performance hanno indagato prima di altri campi della scena contemporanea.

I giovani coreografi, anche dal punto di vista della formazione, abitano già uno spazio europeo e internazionale che, da altri punti di vista, non esiste ancora, o almeno non in senso compiuto. Per loro è naturale lavorare in Italia come all’estero, entrare in contatto con maestri del Nord Europa e dell’America come con quelli di casa nostra. Lo spazio che abitano, il luogo mentale in cui creano, è già un ambiente europeo e transnazionale. Per questo possono essere considerati dei pionieri di quella cultura compiutamente europea che tra qualche decennio ci sembrerà un’ovvietà ma che oggi è una lingua che stiamo ancora imparando a parlare.

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